LIQUIRIZIA, IL NERO CHE PIACE. MASSAROTTO: “LA DOP SIAMO NOI”

“La liquirizia Dop la produciamo solo noi”. A scanso di equivoci, Antonio Massarotto, direttore ed ex presidente del Consorzio di tutela, mette subito le cose in chiaro: “La liquirizia calabrese ha caratteristiche inimitabili e vogliamo continuare a tutelarle per emergere sul mercato e lottare contro la contraffazione”.

Nasce in 206 comuni, in 1600 ettari di liquirizieti (la maggior parte a crescita spontanea), l’Oro Nero della Calabria che dal 2012 si riconosce sotto il marchio di Liquirizia di Calabria Dop, l’unico in Europa con doppia denominazione sia per la radice della liquirizia che per l’estratto (il primo rientra tra le spezie, l’altro tra i prodotti elaborati per pasticceria).

Un prodotto che piace agli chef e ad Amazon

Con la Dop i soci del Consorzio sono più che raddoppiati, da 10 a 22 in poco tempo. La loro è stata una crescita organica, perseguita puntando su filiera corta e investimenti in ricerca e sviluppo che hanno garantito in questi anni l’unicità e la certificazione del prodotto. “Chef e ristoratori ci cercano e sono interessati alla nostra liquirizia, soprattutto l’estratto in polvere, per impiegarlo sia nei dessert che nei primi e secondi piatti”, spiega Massarotto, figura storica del Consorzio, guidato da poco meno di un mese da Silvia Basile. “Di recente – aggiunge il direttore – siamo stati contattati anche da Amazon per le vendite online. Prima di accettare, vogliamo valutare bene se siamo pronti per la sfida dell’e-commerce”.

La concorrenza di Cina e Iran

Il Consorzio sta lavorando per effettuare una “mappatura” precisa del prodotto per tentare di distinguersi dai diretti concorrenti stranieri, Cina e Iran su tutti, che esportano in giro per il mondo una liquirizia del tutto diversa, più amara, spesso con percentuali più alte di glicirrizina, principio attivo che può causare innalzamento di pressione se consumato in quantità elevate. Proprio la glicirrizina è al centro della richiesta di una modifica al disciplinare.
“Il Consorzio effettua un monitoraggio costante del prodotto lungo tutta la filiera – premette Massarotto -: dalle nostre analisi abbiamo rilevato un leggero innalzamento del principio attivo nelle radici. Pensiamo sia una sorta di adattamento al costante rialzo delle temperature, quindi per sicurezza abbiamo richiesto un innalzamento della percentuale nel disciplinare dal 3% al 5%, più per precauzione. Con l’estratto invece, grazie a nuove tecniche, si può arrivare a una presenza dell’1%”. La richiesta del Consorzio è oggi sul tavolo della Commissione europea che delibererà tra luglio e agosto.

Export, leva di sviluppo

“Stiamo portando avanti due progetti, con Miur e Regione Calabria, per rendere la nostra liquirizia sempre più tracciabile e identificabile. L’obiettivo dichiarato è di allargare il nostro giro di affari oltre confine: perché di fronte a colossi come la Cina, maggiore produttore al mondo di liquirizia, che riesce vendere un prodotto a un prezzo per noi impossibile, l’unica strada è lavorare su un mercato di nicchia che guarda alla qualità del prodotto, naturalmente certificato”.
Prima cosa da fare, è la tutela del marchio dalle contraffazioni. “Su questo il Consorzio si è impegnato sin da subito – spiega Massarotto –. Nasciamo infatti non solo per valorizzare il prodotto, ma soprattutto per tutelarlo da chi utilizza in modo improprio la denominazione di origine protetta. Per le verifiche ci serviamo degli agenti vigilatori, nominati dal Ministero, che sono in grado di controllare e verificare l’utilizzo dei marchi e le contraffazioni”.

Rapporto con il gruppo Amarelli

Tra i grandi produttori mondiali di liquirizia pura c’è lo storico gruppo calabrese Amarelli, guidato da Pina Amarelli, la “signora della liquirizia” che da Rossano, in provincia di Cosenza, sede dell’azienda, è arrivata ad esportare ovunque: dall’Europa al Sud America, dagli scaffali di Eataly sulla Quinta Strada fino all’Australia. Amarelli è un’azienda a gestione familiare arrivata all’undicesima generazione: 300 anni di storia raccontati anche in un museo aperto nella sede. “Non abbiamo rapporti l’azienda, che ha preferito seguire un percorso diverso dal nostro”, taglia corto Massarotto.